Thelonious Monk
monk aveva sempre dei cappellini incredibili e begli anelli. era vanitoso, elegante ma originale e sapeva di essere un gigante. la sua musica è come quelle costruzioni con le carte: un po’ in bilico, un po’ sghemba. l’ascolti e dici: ora tracolla, ecco fatto ora cade tutto. e invece, opplà, un guizzo e ritorna tutto su. tutto al suo posto. monk è lo swing, il groove, certe note impossibili, quel suono corale, all’unisono dell’intera band. monk aveva il pianoforte in cucina e dentro ci conservava pasta e ceci e camicie stirate con l’amido. profumate con i fiori di lavanda. monk è una rivoluzione ma anche pippo, pluto, paperino che si rincorrono, stanlio e ollio che fanno i casini e la musica colta che si ammazza dalle risate. monk è nellie, sua moglie. difficilissimo raccontarlo. veramente un gigante e con milione di fans adoranti che se sbagli una parola hai sbagliato tutto. il contrario di monk e knom, lui ci giocava. trasformava la emme in doppia w. il monaco e la conoscenza. il suo secondo nome è sphere e anche qui un bel gioco di anagrammi e rimandi e lune di cristallo e sfere per leggere il futuro. speriamo che me la cavo. il 17 febbraio son 30 che ci ha lasciati. soli e senza pasta e ceci.
(Daniela Amenta)
(via yoruichi)
Hrundi V. Bakshi ad un party che si chiama vita