Hollywood Party

Hrundi V. Bakshi ad un party che si chiama vita
buggiardawhatthefuck:

batchiara:

Lucio Fontana (1899-1968) Concetto Spaziale, Attese - 1968
Premetto che non sono uno storico dell’arte, quindi quello che dirò ha un valore prossimo allo zero, e sono il semplice frutto di impressioni da “utente” dell’opera.
Perché mi piace Lucio Fontana.
Per anni ho visto rappresentare Fontana col più classico dei suoi “tagli”. Una tela rettangolare, grezza, con un taglio nel mezzo. E mentre lo guardavo, pensavo ai Leonardo, ai Botticelli, ai Monet, ai Van Gogh (tanto per dirne alcuni) e mi domandavo cosa potesse esserci di “bello” in un taglio sulla tela. Cosa di tanto straordinario. “Quello ero capace pure io a farlo”, erano le prime parole che mi venivano in mente. 
Poi un anno invitarono a visitare il Peggy Guggehneim Museum, a Venezia, che in quel periodo ospitava una mostra dedicata a Fontana. Che palle, ho pensato. Ma mi son detta anche che criticare qualcosa o qualcuno senza conoscerlo è segno di scarsa intelligenza: che se poteva non piacermi, saperne di più non poteva farmi male.
Quello che ho capito da quella visita è che quando Fontana si è trovato di fronte alla tela e ha deciso di prendere una lama e affondarla nella tela non l’ha semplicemente tagliata: si è domandato perché non avrebbe dovuto tagliarla.
Si veniva da secoli di pittura che avevano sondato ormai tutto il sondabile: la scoperta della prospettiva, la ricerca della rappresentazione sempre più veritiera della realtà, poi la sua scomposizione nella percezione da parte dell’artista… ma il tutto si era svolto nell’ambito delle due dimensioni della tela. La tridimensionalità era cosa che atteneva alla scultura.
Chiedersi come sfondare quel limite, aprendo uno squarcio nella tela è qualcosa che va oltre al mero taglio. Significa che l’artista ha svolto quello che per me è il suo ruolo: guardare con un occhio diverso alla realtà, identificare e poi superarne i limiti. In un certo senso si è passati dal tentativo durato secoli di ridurre la tridimensionalità della realtà in una rappresentazione bidimensionale su tela, per poi compiere il percorso inverso. In questo Lucio Fontana è stato geniale.
“Questo sapevo farlo anche io” è quello che pensano tutti delle idee più semplici, delle invenzioni geniali che stanno sotto agli occhi di tutti finché il primo non ci arriva.
Ma c’è di più: questo riguarda la comprensione dell’opera, ma l’opera d’arte è molto altro. Per me - da spettatore/utente - l’opera d’arte deve essere bella. Mi deve piacere. Ecco, allora vi dirò che ci sono “tagli” che mi sembrano banali. Altri, come l’immagine che ho messo in alto, che mi sembrano bellissimi. Semplici, ma esteticamente molto piacevoli. 
E non solo. L’ultimo elemento per me fondamentale è che l’opera d’arte, oltre ad avere un certo significato e ad essere bella, deve darmi una emozione. A volte è una emozione positiva: lo stupore che si prova alzando gli occhi sulla cappella sistina, la tentazione di allungare una mano per cogliere un acino d’uva dal canestro di frutta del Caravaggio, il senso del  movimento che si vede sulla tela della notte stellata e che smuove qualcosa di analogo in fondo allo stomaco. A volte è un magone, come davanti ad un Bacon o un disagio.
Ecco, a me spesso le tele di Fontana mettono a disagio, e magari sbaglio, ma secondo me è quello stesso disagio che a distanza di cinquanta anni spinge ancora la gente ad accapigliarsi in discussioni davanti alle sue opere. Il disagio che viene proprio dalla rottura con lo schema: una tela è una tela, perché c’è un taglio?
Per me, personalmente, è come se le tele di Fontana suggerissero che ognuno di noi vive all’interno di un recinto mentale, fatto di regole e di limiti che la società - e il mondo da cui proveniamo - ci impone. E stanno lì a ricordare che quei limiti si possono superare, sfondare. 
Che poi io ho parlato finora delle tele, ma devo dire che le opere di Fontana che amo di più sono i tagli e i fori sul rame: lui prendeva queste sfere e questi pannelli a volte anche enormi e li lucidava, li rigava, creava onde e movimenti e poi li tagliava, li forava, creando degli squarci che ricordano la carne viva e che sono irregolari, frastagliati. E di fronte a quelle opere, che in parte riflettono, l’opera cambia ed è diversa a seconda della luce, e di chi c’è di fronte. Lo spettatore entra a far parte dell’opera stessa, viene risucchiato in essa, e quel meccanismo di disagio che ti fa sentire coinvolto in quello che hai di fronte si moltiplica a dismisura. 
Poi, ecco: possono anche non piacere e io rispetto l’opinione di tutti, ma se vi capita di poter vedere una mostra di Lucio Fontana, andateci.

Mi è venuta voglia di andare ad una mostra di Fontana dopo aver letto questo post =)

buggiardawhatthefuck:

batchiara:

Lucio Fontana (1899-1968) Concetto Spaziale, Attese - 1968

Premetto che non sono uno storico dell’arte, quindi quello che dirò ha un valore prossimo allo zero, e sono il semplice frutto di impressioni da “utente” dell’opera.

Perché mi piace Lucio Fontana.

Per anni ho visto rappresentare Fontana col più classico dei suoi “tagli”. Una tela rettangolare, grezza, con un taglio nel mezzo. E mentre lo guardavo, pensavo ai Leonardo, ai Botticelli, ai Monet, ai Van Gogh (tanto per dirne alcuni) e mi domandavo cosa potesse esserci di “bello” in un taglio sulla tela. Cosa di tanto straordinario. “Quello ero capace pure io a farlo”, erano le prime parole che mi venivano in mente. 

Poi un anno invitarono a visitare il Peggy Guggehneim Museum, a Venezia, che in quel periodo ospitava una mostra dedicata a Fontana. Che palle, ho pensato. Ma mi son detta anche che criticare qualcosa o qualcuno senza conoscerlo è segno di scarsa intelligenza: che se poteva non piacermi, saperne di più non poteva farmi male.

Quello che ho capito da quella visita è che quando Fontana si è trovato di fronte alla tela e ha deciso di prendere una lama e affondarla nella tela non l’ha semplicemente tagliata: si è domandato perché non avrebbe dovuto tagliarla.

Si veniva da secoli di pittura che avevano sondato ormai tutto il sondabile: la scoperta della prospettiva, la ricerca della rappresentazione sempre più veritiera della realtà, poi la sua scomposizione nella percezione da parte dell’artista… ma il tutto si era svolto nell’ambito delle due dimensioni della tela. La tridimensionalità era cosa che atteneva alla scultura.

Chiedersi come sfondare quel limite, aprendo uno squarcio nella tela è qualcosa che va oltre al mero taglio. Significa che l’artista ha svolto quello che per me è il suo ruolo: guardare con un occhio diverso alla realtà, identificare e poi superarne i limiti. In un certo senso si è passati dal tentativo durato secoli di ridurre la tridimensionalità della realtà in una rappresentazione bidimensionale su tela, per poi compiere il percorso inverso. In questo Lucio Fontana è stato geniale.

“Questo sapevo farlo anche io” è quello che pensano tutti delle idee più semplici, delle invenzioni geniali che stanno sotto agli occhi di tutti finché il primo non ci arriva.

Ma c’è di più: questo riguarda la comprensione dell’opera, ma l’opera d’arte è molto altro. Per me - da spettatore/utente - l’opera d’arte deve essere bella. Mi deve piacere. Ecco, allora vi dirò che ci sono “tagli” che mi sembrano banali. Altri, come l’immagine che ho messo in alto, che mi sembrano bellissimi. Semplici, ma esteticamente molto piacevoli. 

E non solo. L’ultimo elemento per me fondamentale è che l’opera d’arte, oltre ad avere un certo significato e ad essere bella, deve darmi una emozione. A volte è una emozione positiva: lo stupore che si prova alzando gli occhi sulla cappella sistina, la tentazione di allungare una mano per cogliere un acino d’uva dal canestro di frutta del Caravaggio, il senso del  movimento che si vede sulla tela della notte stellata e che smuove qualcosa di analogo in fondo allo stomaco. A volte è un magone, come davanti ad un Bacon o un disagio.

Ecco, a me spesso le tele di Fontana mettono a disagio, e magari sbaglio, ma secondo me è quello stesso disagio che a distanza di cinquanta anni spinge ancora la gente ad accapigliarsi in discussioni davanti alle sue opere. Il disagio che viene proprio dalla rottura con lo schema: una tela è una tela, perché c’è un taglio?

Per me, personalmente, è come se le tele di Fontana suggerissero che ognuno di noi vive all’interno di un recinto mentale, fatto di regole e di limiti che la società - e il mondo da cui proveniamo - ci impone. E stanno lì a ricordare che quei limiti si possono superare, sfondare. 

Che poi io ho parlato finora delle tele, ma devo dire che le opere di Fontana che amo di più sono i tagli e i fori sul rame: lui prendeva queste sfere e questi pannelli a volte anche enormi e li lucidava, li rigava, creava onde e movimenti e poi li tagliava, li forava, creando degli squarci che ricordano la carne viva e che sono irregolari, frastagliati. E di fronte a quelle opere, che in parte riflettono, l’opera cambia ed è diversa a seconda della luce, e di chi c’è di fronte. Lo spettatore entra a far parte dell’opera stessa, viene risucchiato in essa, e quel meccanismo di disagio che ti fa sentire coinvolto in quello che hai di fronte si moltiplica a dismisura. 

Poi, ecco: possono anche non piacere e io rispetto l’opinione di tutti, ma se vi capita di poter vedere una mostra di Lucio Fontana, andateci.

Mi è venuta voglia di andare ad una mostra di Fontana dopo aver letto questo post =)

(via tri-bo-la-zio-ne)